Quel mio banco a scuola, lo stesso di Pio La Torre

Cultura | 29 aprile 2020

La prima volta che sentii parlare di Pio La Torre, fu all’inizio di un anno scolastico, ahimè, ti tanti anni fa. Per l’esattezza quello del 1963/’64. Avevo undici anni . Conseguita la licenza elementare, i miei genitori mi iscrissero alla scuola media unificata “Giuseppe Piazzi”, allora ospitata negli angusti locali di un dismesso convento di via Maqueda accanto la chiesa di San Nicolò da Tolentino ( oggi in quei locali è allocato l’Archivio comunale della città di Palermo). Per il primo giorno di scuola era stata programmata una lezione di matematica. Alle ore 8,30 in punto, in aula, e precisamente in cattedra, c’era già l’anziana e minuta professoressa Maria Mistretta. Ci accolse con molta gentilezza e disponibilità. Anziché di numeri, preferì parlare d’altro. Della scuola, del corpo docenti, di lei che ormai era arrivata all’ultimo anno d’insegnamento, di noi ragazzi , dei nostri ideali e aspirazioni. Mentre dialogava, notai ( ero seduto nel primo banco, piuttosto sgangherato, a un metro dalla cattedra) che mi “fissava” con una certa insistenza, sfidando la mia timidezza, come se mi volesse interrogare sul mio pregresso percorso di studi. Mi preoccupai, memore degli “avvertimenti” familiari secondo cui “la scuola media, in quanto a severità, non è la stessa cosa di quella elementare”. Non mi veniva ricordato un luogo comune, perché, oltre mezzo secolo fa, era effettivamente così. 

All’improvviso la prof.ssa Mistretta, puntando il suo minuscolo dito indice, esclamò: “ Vedi, ragazzo, tu hai il privilegio di sederti nel banco che per alcuni anni fu di un giovane che la mattina si alzava prestissimo, prima dell’alba, per aiutare il padre contadino e lattaio. Poi, cartella a tracolla, intraprendeva il suo quotidiano tragitto per venire fin qui a scuola. Percorreva molti chilometri ( da Altarello di Baida a via Maqueda ) regolarmente a piedi, visto che non si poteva permettere di pagare il biglietto dell’autobus, e, infine, esausto, con le scarpe sporche di fango e i vestiti intrisi di odori di stalla, varcava il cancello della scuola, si sedeva e seguiva le mie lezioni con interesse e una passione che difficilmente ho riscontrato in altri. Era bravissimo e nelle risposte era rapido e preciso. Alcune volte per stanchezza, si addormentava. Sapevo che vita conduceva e non mi permettevo di svegliarlo. Tuttavia il suo rendimento scolastico era eccellente e non solo nella mia materia. Quel giovane di allora, assai intelligente, è, oggi, niente di meno che il battagliero onorevole Pio La Torre, eletto alcuni mesi or sono deputato regionale nelle liste dei comunisti”. Il senso del breve racconto mi colpì non poco e non ho mai dimenticato l’orgoglio e l’enfasi dell’anziana insegnante e, soprattutto, il fatto che abbia voluto additare all’attenzione di noi studenti il positivo esempio e la vicenda personale di un ex allievo.

 Ossia, con il senno di poi, di una personalità che tanta strada avrebbe fatto nel sindacato e in politica, per il riscatto della Sicilia e a difesa dei diritti dei lavoratori e della popolazione più umile, fino all’estremo sacrificio. Per quanto mi riguarda , il contatto con vetusto “banco” ,per mesi , mi caricò di trepidazione e responsabilità: studiavo con impegno per non “sfigurare”. Non volevo emulare nessuno, mi bastava che si dicesse che l’esempio di Pio non veniva disatteso da chi momentaneamente sedeva in quel banco. Più tardi mi dedicai a saperne di più sul percorso politico di Pio La Torre. Un paio di volte, con due miei compagni di scuola, sono andato a seguire i suoi comizi nei quartieri più degradati della città o davanti i cancelli dell’Aeronautica Sicula di via Paolo Gili. Desideravo parlargli, volevo riferirgli il racconto della professoressa. Ma non trovavo il “coraggio” di avvicinarlo: non avevo ancora compiuto 15 anni e temevo che non mi desse ascolto. Nondimeno speravo in cuor mio che si verificasse l’occasione giusta per farlo. La Torre, dopo qualche tempo, si trasferì a Roma rivestendo incarichi parlamentari e all’interno della Direzione del PCI. Oggettivamente era diventato difficile che io lo incontrassi. Passarono anni e ,intanto, avevo conseguito la laurea in legge e mi ero impegnato in politica nel PRI (ero stato eletto sindaco del mio comune di nascita e ricoprivo incarichi negli organismi nazionali e locali del partito dell’edera). Finalmente , nel gennaio del 1982, Pio La Torre venne rieletto segretario regionale del PCI in Sicilia. 

Per me, dunque, si apriva la possibilità d’incontrarlo prima o poi in qualche riunione politica. Ogni volta, però, per un motivo diverso, non c’era il clima adatto per riferirgli il racconto della professoressa Mistretta, che, non lo dimentico, ha inciso non poco sul mio percorso di vita, di studio ed anche politico. Un giorno incontrai Pio ad una manifestazione per la pace e contro i missili a Comiso. Questa volta, messa da parte ogni ritrosia, trovai il modo di salutarlo calorosamente, di raccontargli l’episodio riferito dalla nostra ex insegnante, del “ banco” e della conoscenza “a distanza” dell’uomo e del politico comunista impegnato. Gli occhi di La Torre s’inumidirono: quel ricordo scolastico lo portava agli anni della sua gioventù, piena di stenti e sacrifici ma anche di una grande gioia di fare. Se la prof.ssa Mistretta fosse viva – mi disse – approverebbe tutto quello che stiamo facendo per la Sicilia, la pace e per i giovani. Era una insegnante – concluse – molto sensibile, che lasciava un segno positivo nella formazione, umana e culturale, degli allievi. Verissimo. Lo rincontrai sabato 6 febbraio ’82, alla Fiera del Mediterraneo dove era venuto a portare il saluto del PCI al congresso regionale repubblicano. Quando mi vide mi saluto con una prolungata stretta di mano e mi disse: “ Ci accomuna il caro ricordo della stessa persona che certamente è stata per noi esemplare docente e maestra di vita”. Poi prese posto nella prima fila in sala e ascoltò , prima di prendere la parola, alcuni interventi fra cui il mio. Dissentivo da chi nel PRI sosteneva che urgeva “rafforzare il blocco laico-socialista”. Proposi ai congressisti che era arrivato il momento di “aprire un confronto con tutte le forze democratiche, senza pregiudiziali, senza formule precostituite, senza schieramenti rigidi, senza patti federativi “ per liberare la Sicilia dalla arretratezza e dalla mafia che la opprimono. Nel suo discorso di saluto Pio La Torre si disse, fra l’altro, disponibile a battere tale strada “purché si tratti di un dialogo sui contenuti, sulle cose da fare. Cioè sviluppo, lotta alla mafia, risanamento delle istituzioni, pace”. Ricevette un lungo applauso, quasi una ovazione. 

Andandosene mi salutò e mi invitò a raggiungerlo, quanto prima, presso la sede del PCI. Non riuscimmo a vederci più. L’orrendo eccidio politico-mafioso del 30 aprile 1982 di via Turba, interruppe per sempre la straordinaria esistenza di Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo.

 di Lino Buscemi

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