Negli ospedali mancano medici ma il turn over resta bloccato

Società | 17 novembre 2019

Si cerca di correre ai ripari nel settore medico alla scriteriata programmazione universitaria e professionale degli ultimi dieci-quindici anni che in Italia ha visto crollare il numero dei camici bianchi in attività, sia medici di famiglia che ospedalieri. Una vicenda che ha dell’incredibile - sospesa tra gli aggettivi disastrosa e dissennata - nella quale bastava fare quattro conti della serva per prevedere che, tra numero chiuso nelle Università, tra barriere d’ingresso ai corsi di specializzazione post-laurea die hard, dure a morire, tra tagli forsennati a posti letto negli ospedali e decine e decine di reparti chiusi, tra tagli ad incarichi professionali in genere e blocco dei concorsi, nella sanità pubblica sarebbe andata a finire così. L’avrebbe potuto prevedere anche un bambino delle elementari. Non l’hanno previsto i soloni della sanità nazionale. Risultato: un disastro negli ospedali con reparti dove i medici in servizio sono talmente pochi che si possono elencare con il contagocce. Un disastro anche tra i medici di base, sempre più falcidiati da una riduzione anagrafica naturale per invecchiamento e pensionamento, dato lavorativo che non richiede la palla di vetro o, per restare al settore, consulti medici di luminari per essere calcolato e previsto con matematica precisione.

Ora, dunque, dopo allarmi comprensibili nell’opinione pubblica e verifiche con mano di effetti quanto mai spiacevoli, dopo casi di richiami in corsia di medici specialisti in quiescenza settantenni e persino ottantenni, si corre ai ripari. In che modo? Sull’onda dei tanti pensionamenti dei medici di medicina generale, il settore dell’assistenza primaria si appresta ad accogliere migliaia di camici bianchi anche prima di aver completato il ciclo formativo. A prevederlo è la pre-intesa del nuovo accordo collettivo della categoria firmato dai sindacati e dalla controparte pubblica (Sisac) che recepisce alcune novità legislative.

“In futuro se dopo aver scorso la graduatoria un incarico resterà vacante - scrive Gabriele Discepoli in un articolo dal titolo “Medicina generale. Arrivano i giovani” nel bollettino “Il giornale della previdenza dei medici e degli odontoiatri”, Anno XXIV, n. 5, 2019 - potrà essere assegnato anche a un medico che non ha ancora concluso il corso di formazione in medicina generale. La possibilità è stata introdotta dal Decreto Semplificazioni del 2018 (articolo 9, comma 1, Decreto Legge 135/2018) ed è adesso disciplinata nel dettaglio: si potrà fare domanda solo nella regione dove si sta frequentando il corso e avranno la precedenza gli iscritti più avanti negli studi. Inoltre è stato chiarito che al momento del conseguimento del diploma l’incarico diventerà a tempo indeterminato”.

In alcune regioni, tuttavia, i borsisti potrebbero non bastare a coprire le necessità. In questo caso gli incarichi potranno essere attribuiti anche ai sovrannumerari, cioè ai medici che si iscrivono ai corsi di formazione senza borsa grazie al “Decreto Calabria” (articolo 12, comma 3, Decreto Legge 35/2019). La norma – che malgrado l’aggettivazione geografica regionale circoscritta si riferisce in realtà a tutto il territorio nazionale – prevede la possibilità per le regioni di ammettere in sovrannumero i camici bianchi che negli ultimi dieci anni abbiano totalizzato almeno 24 mesi di lavoro nelle funzioni della medicina generale e che siano risultati idonei a un concorso per il triennio di formazione specifica, pur senza aggiudicarsi una borsa. Entrambe le possibilità – quella per i borsisti e quella per i sovrannumerari – riguardano incarichi su posti rimasti vacanti in ambiti territoriali carenti.

Ci sarà da aspettare invece per quella parte della soluzione che riguarda una sorta di “affiancamento” tra medico anziano in fase di fuoriuscita e possibile suo sostituto con un passaggio di consegne programmato e reso pratico, quotidiano, negli ambulatori di medicina generale. Ossia negli ambulatori di coloro che comunemente indichiamo con l’espressione “medici di famiglia”. “Chi invece sperava di inserirsi in uno studio ancora avviato, affiancando un medico in procinto di andare in pensione, dovrà ancora aspettare – prosegue Discepoli - La pre-intesa infatti riguarda solo alcuni aspetti e non include l’“App”, l’Anticipazione della Prestazione Pensionistica che l’Empam (l’ente di previdenza dei medici, n.d.r.) ha studiato per favorire la staffetta generazionale. Per l’”App” non basterà solo la firma dell’accordo ma serviranno anche dei passaggi ministeriali. Difficile dunque che veda la luce prima del 2020 inoltrato. L’anticipazione della prestazione pensionistica Enpam prevede che il medico possa cominciare a percepire metà pensione anticipata se accoglie nel suo studio un aspirante collega, cui dovrebbe cedere circa metà della retribuzione. Una modalità che consentirebbe ai medici maturi di lasciare la professione con gradualità e prima dell’età della vecchiaia, e ai più giovani di beneficiare di un trasferimento di competenze e di inserirsi in un rapporto fiduciario già in essere con i pazienti dello studio”.


Si cerca di mettere pezze e tamponare la situazione anche negli ospedali, nei laboratori medici specialistici e nei servizi specialistici degli ospedali e, più in generale, nella formazione e nell’inserimento nel mondo del lavoro degli specialisti, come spiega nello stesso bollettino di informazione una scheda dal titolo ““Specializzandi in corsia. Ok degli Ordini veneti”: “Intanto nel Veneto una delibera della Regione – che a Ferragosto annunciava il finanziamento per l’assunzione di 500 medici non specializzati da parte delle aziende sanitarie dopo un breve percorso di formazione teorica e un tirocinio – ha determinato quello che Francesco Noce, presidente della Federazione degli Ordini dei medici veneti, definisce uno “choc positivo”, che ha avuto come conseguenza il dialogo tra le parti alla ricerca di una soluzione concordata e condivisa”.

In Veneto mancano oltre 1.300 medici, con criticità gravi nel Pronto soccorso e nella Medicina e Geriatria. Per tamponare l’emergenza si assumeranno 500 specializzandi a tempo determinato con un concorso. Sarà fatto un contratto di formazione-lavoro agli specializzandi al IV e V anno di tirocinio, prevedendo che il 70 per cento del tempo sia dedicato alla formazione nelle strutture ospedaliere e il restante 30 per cento, di teoria, sia trascorso all’università. Proprio l’università ne definirà le competenze e valuterà se siano autonomi, o parzialmente autonomi, nelle varie funzioni. Al termine del tirocinio di specializzazione, senza ulteriore concorso, i medici a tempo determinato potranno rimanere nella struttura passando ad un contratto a tempo indeterminato. Poiché però gli specializzandi che possono essere assunti non sono sufficienti, è stato deciso anche l’ampliamento della rete degli ospedali in cui potrà avvenire la formazione, con l’effetto di aumentare le possibilità di inserimento.

Perché citiamo questa soluzione adottata nel Veneto? Perché il Veneto sembra aver fatto da apripista per il resto d’Italia. Infatti “con un documento del 26 settembre la “Conferenza delle Regioni e delle Province autonome” – prosegue la scheda - ha avanzato una serie di proposte per far fronte alla carenza di specialisti, fra cui, appunto, l’assunzione a tempo determinato degli specializzandi all’ultimo anno. Non solo: le Regioni chiedono di assumere medici senza specializzazione, con la possibilità di farli entrare in una scuola post laurea in soprannumero. Un meccanismo analogo a quello introdotto per la Medicina generale, dove però è stato previsto il contrario: prima l’ingresso nei corsi di formazione e dopo la possibilità di ottenere l’incarico”.

Insomma, si inventano soluzioni, si anticipano immissioni in servizio all’inizio a tempo determinato e successivamente a tempo indeterminato, si tenta di porre un argine alla carenza di medici piovutaci addosso nel giro di pochi anni. Soluzioni che non risolvono tutto e subito, anche perché richiederanno tempo per entrare a regime e produrre effetti. Ma che almeno provano ad invertire una colpevole, pericolosa tendenza nella quale, con italica approssimazione, eravamo scivolati come sprovveduti.

 di Pino Scorciapino

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