Leonardo Sciascia e le sue eresie, sempre dalle parti degli infedeli

Cultura | 18 novembre 2019
Negli ultimi giorni della sua vita Leonardo Sciascia aveva scritto all’amico Gesualdo Bufalino: «Ho l'impressione di stare a temperare una matita dalla punta sempre più fine, ma che non riesce più a scrivere». Quel fatale impedimento era vissuto da Sciascia come la metafora di una vita che si stava inesorabilmente spegnendo e come un ostacolo crudele all’esercizio di una scrittura a cui assegnava un "destino di verità». E alla quale non rinunciava neppure in punto di morte, tanto da dettare alla figlia Anna Maria la prefazione, uscita postuma, a una raccolta di articoli per il giornale L’Ora di Giuseppe Antonio Borgese, lo scrittore che aveva tanto amato. 

Sciascia morì, stroncato da una rara forma di leucemia, nella sua casa di Palermo la mattina del 20 novembre 1989. Aveva 68 anni, la gran parte spesi nella testimonianza di un impegno civile votato alla ragione, alla giustizia e all’esercizio di una critica palpitante del potere. La sua è stata la lezione di un intellettuale disorganico ma soprattutto eretico: lo stesso profilo dei protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi saggi. La sua scomparsa, trent'anni fa, ha spento una voce che aveva toccato tanti temi di grande attualità. Sciascia non era stato solo lo scrittore che aveva colto in alcuni libri fondamentali ("Il giorno della civetta» e «A ciascuno il suo") i caratteri nuovi e antichi della mafia e gli interessi criminali, intrecciati con la corruzione e il potere ("Todo modo"). Era anche il grande nemico dell’impostura ("Il Consiglio d’Egitto") e l’intellettuale inquieto che aveva attaccato le ingiustizie della giustizia, che aveva riletto il caso Moro con un libro concepito come «opera di verità». E con la politica era passato attraverso la critica del sistema democristiano, il difficile rapporto con il Pci fino alla rottura con Renato Guttuso e la polemica con Enrico Berlinguer, l’approdo nel partito radicale e l'amicizia con Marco Pannella e infine la denuncia sui "professionisti dell’antimafia» che lo portò sul terreno di uno scontro molto duro prima che, una volta raffreddata la temperatura del confronto, e dopo la scomparsa, affiorassero elementi profetici. Una forza intellettuale straordinaria aveva proiettato Sciascia al centro di una trama di relazioni e di scambi con il mondo della cultura. 

Intensi quelli con Vincenzo Consolo e Italo Calvino, più recenti quelli con Gesualdo Bufalino che aveva scoperto e lanciato. Con Pier Paolo Pasolini divideva un modo di guardare ai fatti e alle storie che esaltava le loro affinità eretiche. «Gli ultimi eretici» è non a caso il titolo di uno dei tanti convegni che in questi giorni rievocano la figura di Sciascia e la sua concezione di illuminista orgoglioso di trovarsi spesso nella condizione di «contraddire e contraddirsi». La sua casa di contrada Noce a Racalmuto, che in questi giorni ha conquistato una nuova forza rievocativa, era per lui un osservatorio della Sicilia come metafora dei mali del mondo. La sua non era una visione periferica ma questo era il mondo nel quale era cresciuto e si era formato.

 Prima della Noce, dove passava le sue estati, c'era comunque la casa di Racalmuto che adesso Giuseppe Di Falco ha recuperato riempiendola di libri e facendola diventare un museo. Ma il vero fondo della memoria è nella palazzina della fondazione intestata a Sciascia che raccoglie le sue carte, i suoi libri, i ritratti degli autori più amati, l’epistolario non ancora completamente esplorato. Forse a questo mondo, che racchiude tutta la sua vita, Sciascia si riferiva quando, ispirandosi a Auguste de Villers de L’isle-Adam, fece scrivere sulla sua tomba: «Ce ne ricorderemo, di questo Pianeta».

Franco Nicastro



Dai suoi libri numerosi film, da  "Il giorno della civetta" a "Cadaveri eccellenti"

Il 20 novembre di trent' anni fa moriva a Palermo il grande scrittore di Racalmuto, i cui romanzi e racconti hanno fornito al cinema italiano abbondante materia letteraria di trasposizione sul grande schermoNegli anni '60 l' anemico cinema mafiologico nazionale, che fino ad allora ha semplicisticamente compresso il fenomeno mafioso entro i confini siciliani, muta angolazione scoprendo e trasponendo sullo schermo le opere di Leonardo Sciascia. Lo scrittore di Racalmuto supera la «linea della palma afro-siciliana», ma altresì quel «mondo cupo, aggrondato chiuso tutto in sé, non relazionato al mondo della storia» che resta uno dei tratti tipici di una buona parte degli scrittori isolani. Con l' inquietante parabola di "A ciascuno il suo" (1967) regia di Elio Petri (interpreti: Gian Maria Volontè, Irene Papas e Gabriele Ferzetti) - un ingenuo intellettuale soccombe quando cozza con il potere mafioso - lo scrittore concepisce invero «una storia italiana, sottratta ad ogni suggestione di colore locale» (Addamo), solo accidentalmente - si potrebbe dire - ambientata in Sicilia.
La fortuna filmica di Sciascia prosegue l' anno dopo con l' incalzante "Il giorno della civetta" (1968) regia del "mafiologo" Damiano Damiani (interpreti: Franco Nero, Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Tano Cimarosa), garbuglio di ambigui legami politici e legge umiliata e offesa. Nello scontro tra il locale boss biancovestito e il bel capitano dei carabinieri Bellodi (ispirato alla figura del generale Dalla Chiesa) il secondo inevitabilmente è destinato a soccombere subendo un trasloco coatto. Retoriche, romanzate e folcloristiche, le due opere restano tuttavia saldamente ancorate ad una visione romantica e arcaica della mafia, infiorettata di codici d' onore, di "voscenza binirica" e di "baciamo le mani". Fantapolitica e metafore della realtà caratterizzano invece gli anni '70. "Todo modo" (1976) regia di Elio Petri, fantascientifica ipotesi di distruzione della classe dirigente rappresentata dai notabili dell' allora creduta eterna Democrazia Cristiana, implode in una surreale, indefinita, Zafferana Etnea ("Zafer"). Ivi un prete giustizialista (Marcello Mastroianni) ammazza ad uno ad uno i notabili del partito di maggioranza relativa e alla fine si suicida. Grande performance mimetica di Gian Maria Volontè nei panni non dichiarati ma palesi di Aldo Moro. Catturato dalla suggestione metaforica anche il "realista" Francesco Rosi nell' altro apocalittico "Cadaveri eccellenti" (1976, dal romanzo "Il contesto") gira un «labirintico apologo politico sulla strategia della tensione». Grande il cast: Lino Ventura, Paolo Bonacelli, Tino Carraro, Paolo Graziosi, Anna Proclemer, Renato Salvatori, Charles Vanel, Florestano Vancini. Atipico e amaro giallo-rosa, "Un caso di coscienza" (1970, da un racconto) regia del catanese Gianni Grimaldi, ambientato in un immaginario paese della Sicilia (sempre Zafferana Etnea).
Esplosione di un putiferio a seguito d' un tradimento confessato da una donna del paese a un settimanale femminile. I limiti del film (e della regia) sono evidenti ma la materia letteraria, nonostante tutto, li travalica. Molti i siciliani chiamati da Grimaldi: Buzzanca, Ferro, Abruzzo, Sposito, Puglisi, Carrara. Meno conosciuto l' agghiacciante "Una vita venduta" (1976) di Aldo Lado (dal racconto "L' antimonio") breve vita di un miserabile "caruso", nel 1936 spinto dalla fame a combattere contro l' esercito repubblicano accanto alle truppe del generale golpista Franco. In anni più recenti ancora un romanzo dello scrittore è il forte tramite di "Porte aperte" (1990), regia Gianni Amelio, tenebrosa storia ispirata ad un fatto realmente accaduto nella Sicilia del 1937. Film intenso e sofferto da qualcuno considerato «il miglior dramma giudiziario italiano» anche per le straordinarie e misuratissime interpretazioni di Gian Maria Volontè, Ennio Fantastichini e Renato Carpentieri. Tra gli attori siciliani: Tuccio Musumeci e Vitalba Andrea. Penultima, apparizione cinematografica sciasciana, "Una storia semplice" (1991) di Emidio Greco «giallo di ambizioni metafisiche che allude e allegorizza» (un caso di falso suicidio fa scoprire un commissario disonesto), risoltosi in un tentativo andato a vuoto di conquistare un pubblico più vasto. Quattro i film televisivi e un docu-drama (2000) tratti dalle sua copiosa produzione tra il 1978 e il 1989. Con "Il consiglio d' Egitto" (2002) di Emidio Greco, clamoroso falso storico inventato dall' abate Vella (Silvio Orlando) per abbattere i privilegi dell' aristocrazia siciliana, l' avventura cinematografica di Sciascia pare inopinatamente giunta al traguardo, ma è proprio il cinema italiano che sembra aver perso la bussola di fronte alla continua evoluzione del fenomeno mafioso.

Franco La Magna


 di Franco Nicastro

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