La Sicilia affonda come il Titanic mentre il governo danza

Economia | 14 novembre 2019

Nella prima parte del 2019 in Sicilia è proseguita la riduzione dell’occupazione iniziata alla fine dello scorso anno. Il numero di occupati, nella media del semestre, si è ridotto di circa 15.600 unità rispetto allo stesso periodo del 2018 (-1,1 per cento); il calo è stato più marcato che nel Mezzogiorno (-0,4 per cento) e si confronta con un incremento nella media nazionale (0,5 per cento). La riduzione del numero di occupati, che è stata particolarmente elevata nelle costruzioni, ha interessato anche gli altri principali settori di attività economica ad eccezione dell’agricoltura. La flessione dell’occupazione ha coinvolto sia gli uomini sia le donne ed è dipesa dalla diminuzione del numero dei lavoratori autonomi, a fronte di un lieve aumento dei dipendenti. La riduzione del tasso di disoccupazione è determinata dagli scoraggiati che sono usciti dal mercato del lavoro.

 Il tasso di attività regionale è il più basso tra le regioni italiane. Nel primo semestre del 2019 le esportazioni dalla nostra regione sono diminuite del 17,3 per cento a prezzi correnti. Le vendite di prodotti petrolchimici, che rappresentano oltre il 60 per cento dell’export regionale, sono diminuite drasticamente anche in quantità. Tra gli altri comparti di specializzazione, si è ridotto l’export agricolo, mentre quello dell’industria alimentare è cresciuto solo lievemente; il principale contributo positivo è derivato dall’elettronica. Il calo delle vendite è stato diffuso tra i principali mercati di sbocco e più intenso per i paesi extra-UE, in ragione soprattutto dei raffinati del petrolio. Per il complesso dei settori non oil sono cresciute le esportazioni verso i mercati americano e, soprattutto, asiatico

sono questi alcuni tra i dati più significativi contenuti nell'aggiornamento statistico semestrale presentato dalla sede palermitana della Banca d'Italia: disegnano un quadro di ulteriore arretramento della nostra, già debole, economia. Mancano ancora ben tredici punti per tornare al livello del PIL 2007: il Piemonte che aveva subito una perdita della medesima entità l'ha ormai pienamente recuperata. La congiuntura recente dell'economia siciliana conferma, insomma, un decadimento dell'economia regionale: gli investimenti sono rimasti stagnanti; anche nei servizi prevale una riduzione del fatturato; tra le imprese vanno peggio quelle più piccole; i flussi turistici hanno subito una contrazione sia nelle presenze nazionali che in quelle estere. Cala anche la spesa media dei turisti. Nell'edilizia diminuiscono sia le ore lavorate che le compravendite; queste ultime riguardano prevalentemente lo stock invenduto non le nuove costruzioni. Anche i prestiti bancari sono diminuiti; sono invece aumentati i depositi bancari ma con una diminuzione degli utilizzi per la debolezza del mercato degli investimenti produttivi in conseguenza della persistente situazione di incertezza. I prestiti crollano in particolare nel mercato edilizio; aumentano invece i prestiti alle famiglie. Il tasso di deterioramento del credito è lievemente aumentato, ma continua a rimanere ben al disotto dei livelli pre-crisi. 

Sono aumentati i depositi bancari detenuti da famiglie ed imprese, ma si tratta in gran parte di risparmio che resta inutilizzato per mancanza di fiducia nel futuro. Non è un dato solo siciliano: la congiuntura si è indebolita in tutte le macro aree del paese ma l'economia della Sicilia è andata ulteriormente indietro nei confronti di quelle   meridionale e nazionale. Nel Mezzogiorno si è verificato un calo dell'attività economica, mentre si registrava una lieve crescita del Nord Ovest ed una situazione di stallo del Nord Est. A livello nazionale gli investimenti nel 2018 hanno tenuto, ma nei primi mesi dell'anno in corso si sono fermati. I consumi delle famiglie hanno rallentato ovunque nel corso dell'anno passato, mentre la dinamica occupazionale, che ha continuato a crescere nel centro nord, ha invece ristagnato nel sud.

 In tutto il paese il confronto con le altre regioni europee risulta nettamente sfavorevole all'Italia, ma nel Mezzogiorno è inferiore anche il grado di attuazione finanziaria dei programmi europei. Le risorse europee nel Sud sono fortemente concentrate sulle infrastrutture, nel tentativo di recuperare i divari dell'area. Tale situazione, che affievolisce l'utilizzo dei fondi SIE nei settori produttivi, ha creato una condizione di debole impatto sulla produttività. Esiste un doppio divario: tutte le regioni italiane sono in svantaggio rispetto alle regioni europee, ma quelle meridionali sono in svantaggio anche con le aree italiane a maggior sviluppo. Una condizione che allarga la divergenza del complesso delle regioni meridionali sia con quelle del resto d'Europa ad esse comparabili che -sul piano interno- con le regioni del Centro-Nord. I dati del Rapporto congiunturale della Banca d'Italia coincidono in gran parte con quanto esposto nella Nota di aggiornamento del DEFR (documento economia e finanza regionale) approvata qualche giorno fa nella quale viene rivisto al ribasso il Pil: -0,4% nel 2019 (a luglio il governo aveva previsto -0,2%) e 0,1% nel 2020 (era 0,4%). La ridotta dinamica viene spiegata dal lato della domanda, dalla stagnazione dei consumi delle famiglie e dall’andamento negativo dei consumi della pubblica amministrazione mentre, dal lato dell’offerta, si stima un ridimensionamento del valore aggiunto nell’agricoltura, nel settore industriale in senso stretto e in quello dei servizi, con la sola eccezione delle costruzioni, che confermerebbe il recupero dell’anno precedente, dopo circa un decennio di continue flessioni. 

Nella discussione che è seguita alla presentazione dell'elaborato, mentre è apparsa concorde la valutazione sulla gravità della situazione, sono sembrate divergere nettamente le possibili soluzioni. A parte l'intervento di rito dell'assessore all'economia Armao che ha scaricato le responsabilità di tutto sul mancato intervento dello stato centrale, il dibattito si è polarizzato tra chi, sostenitore del cosiddetto trickle down (lo “sgocciolamento” dello sviluppo dalle aree forti a quelle deboli) ha sostenuto che occupazione e reddito crescono nelle città di popolazione superiore a un milione di abitanti, dove sarebbero concentrati i cosiddetti tech hubs, motori dell'innovazione. Il problema, da questo punto di vista, è che per quanto attiene l'innovazione è l' Italia nel suo insieme che non cresce: il nord italiano è statisticamente sotto il Portogallo. Si sostiene, di conseguenza, che la divergenza interna al paese è destinata ad aumentare perché nei settori maggiormente presenti al Sud la produttività cresce di meno e converrebbe puntare sulle aree forti per recuperare il divario con i partners europei. Si è perfino disseppellito l'antico e trito argomento che i salari nelle regioni meno sviluppate sarebbero troppo alti. 

Il Sud, secondo tale opinione, non è cresciuto perché la place based policies non sono andate bene e la Commissione Europea ha fatto l'errore di lasciare il 60% delle scelte sull'utilizzo dei fondi di coesione ai decisori locali. Insomma una critica radicale alla convergenza ed alle politiche di coesione economica e sociale che è apparsa davvero eccessiva e foriera di un'idea di ridimensionamento del principio costituzionale che i cittadini di tutte le aree del paese hanno diritto ad un uguale trattamento. A tali posizioni si è contrapposto il rappresentante dell'istituto di via Nazionale che ha sottolineato l'eterogeneità del quadro da analizzare ed ha spiegato che il Nord che sta crescendo non è quello italiano ma l'Europa settentrionale. Uno dei principali problemi nazionali è la dimensione della grande impresa: abbiamo campioni nazionali piccoli rispetto agli altri paesi.  

L'idea che la divergenza aumenterà e che perciò bisogna dedicarsi al Nord è stata validamente confutata: i dati del Sud sono preoccupanti dal punto di vista congiunturale, ma esistono fattori strutturali profondi. Tuttavia il Mezzogiorno ha potenzialità notevoli e i decisori politici devono chiedersi come fare in modo che tali potenziali si realizzino. Infrastrutture e costo del lavoro sono le due  variabili fondamentali, ma altrettanto importante è la qualità dell'azione pubblica. La grande divergenza è tra i salari ed il costo del lavoro per l'impresa in assenza di incremento della produttività. Se si diminuiscono i salari, crolleranno consumi al sud; il nodo è invece la riduzione del cuneo fiscale. In conclusione, la metafora che meglio rappresenta la Sicilia in questo momento è il ballo nei saloni del Titanic mentre l'immenso iceberg si avvicinava nella distrazione generale. Siamo ancora in tempo a modificare la rotta?

 di Franco Garufi

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