Gigi Proietti, ritratto dell'artista da giovane e del suo apprendistato

Cultura | 14 novembre 2020
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Diversamente dalle personali consuetudini, apprendere della morte di Gigi Proietti non è stato tutt’uno con il bisogno di scriverne, di mettere nero si bianco (almeno) una personale testimonianza. Niente “richiamo della foresta”, quindi, niente “solerzia professionale”. Per giorni e giorni non ho fatto altro che leggere gli articoli altrui, le omologate ma ben motivate, eterogenee ‘valutazioni’ di una carriera e professionalità d’artista che non hanno paragoni –per speditezza, singolarità di crescita, pluralità di attitudini, esperienze, doni di natura- con altri protagonisti dello spettacolo italiano. Perché stentavo ad assemblare , rappigliare pensieri e parole sul carissimo Gigi, del quale, come si dice in questi casi, “non mi ero praticamente perso nulla” a iniziare dal dirompente, fortunoso exploit (il forfait dato da Modugno) di “Alleluja brava gente” del 1967?

Ovviamente l’interrogativo non mi infastidiva più di tanto, quando a un tratto, rivedendo Gigi in una sua recente intervista televisiva, credo di essermi dato la forse banale spiegazione: che consisteva nell’arte della “colloquialità ” immediata, intelligente, ridanciana ma ponderata (anzi rigorosa e pensierosa). L’innata sua disposizione a fraternizzare con il pubblico e l’interlocutore, la spontanea attitudine di Proietti non di ‘sfondare’ la (teatralissima) ‘quarta parete’, piuttosto saperla rendere, senza sforzo alcuno, inesistente, aleatoria, svaporata. Immaginarlo defunto era come accettare la morte stessa della “parola” schietta, dialettica, leale, non pontificata- fra amici e sodali: frutto sempre più raro, in questi neo-medioevo di cupo trapasso dalla condizione di uomo ‘faber’ a quella uomo ‘impaurito e braccato’ dai miasmi del corpo, dell’anima, della salute mentale.

Nel suo volgere il piacere del paradosso, della comicità, dell’inestirpabile vacuità umana verso atmosfere di diffusa e soffusa melanconia, di perplessità amareggiata da un residuo di sorriso all’angolo delle labbra, Proietti ha avuto un solo maestro e, a mio avviso, precursore di squisitezza, snella sensibilità, “umiltà” non atteggiata. Ovvero quell’immenso e non per nulla rivolto all’oblio Nino Manfredi, rivisto in almeno tre italo- capolavori da collezione: “Il padre di famiglia” di Nanni Lay, “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. Non sappiamo se i due fossero consapevoli di queste loro consonanze, ma forse è giunto il tempo di analizzarle ed assimilarle almeno in una monografia o tesi di laurea.

Altra precipuità di Gigi Proietti resta la traiettoria della sua carriera d’attore (che va ben distinta da quella di regista, impresario, animatore culturale). Ovvero la (del tutto involontaria) forza di enucleare nei primi 10\15 anni della sua carriera quelle che saranno le coordinate artistiche- poliedriche e guizzanti- del suo repertorio, della sua presenza scenica, del suo sapersi evolvere nel senso della continuità. Come dire che: dalle prove di esordio con Giancarlo Cobelli, conosciuto al Centro Teatrale Universitario (“forse la sola, recondita ragione per la quale mi ero iscritto alla Sapienza”) sino alla consacrazione popolare di “A me gli occhi, please”, al Teatro Tenda di Roma esiste un lasso di tempo balenante e a perdifiato che va in ‘sold out’ già nelle prime stagioni degli anni settanta. Marcando la definitiva popolarità dello ‘one show men’, probabilmente il più completo e poliedrico (unitamente ad Arturo Brachetti, perseverante nelle mirabilia del trasformismo) del panorama italiano del novecento. Cui fanno da primo riscontro due perle, due magnifiche lezioni di doppiaggio, da quasi esordiente, sfolgorate da Gigi Proietti (con scrupolo e disinvoltura) in “Lenny” (1974) dando voce ad un maestro di “insulti in pubblico” (con turpiloquio liberatorio-provocatorio tipico degni anni sessanta) del calibro di Dustin Hoffman. E subito dopo la magistrale performance del “Casanova di Federico Fellini” (1976), ‘voce’ disillusa ed evocatrice di Donald Sutherland, preferito dal Riminese al più noto ed esperto Enrico M. Salerno.

Cosa è poi accaduto nel varco che Gigi Proietti affronterà dopo l’incontro con Cobelli, quel “ritratto d’artista da giovane” iniziato a vent’anni e già maturo a trentasette, è la cronaca del suo incontro con Antonio Calenda, del Teatro Centouno (fra i primi ‘underground’ capitolini), della superlativa performance (eclettica e versatile su varie tonalità espressive) in “Direzione memorie” di Corrado Augias, della intensa collaborazione con il Teatro Stabile dell’Aquila (“la mia gavetta”) – dal “Dio Kurt” di Moravia a “Operetta” di Gombrowicz, passando per quella “Cena delle beffe” di Sem Benelli, in cui Proietti rivaleggiava e spesso primeggiava rispetto a Carmelo Bene (“sussiego da prim’attore anacronistico contro sberleffi e valanghe derisorie d Gigi”). Furono anche gli anni del cabaret dedicato a Petrolini, a Kean, a Gaetanaccio, ai Sette re di Roma. Ma l’attore era già svezzato, ben conformato, di alta classe e dotato di una propria, esclusiva cifra stilistica: quella dell’irrisione pensierosa e tagliente, non volgare e men che mai senza bersagli (umani e storicizzabili) “che non se lo meritassero”.


Ps nella (rara) foto: Gigi Proietti con Federico Fellini in sala di doppiaggio




 di Angelo Pizzuto

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