“Antudo” Sicilia indipendente, sesso e morte nei teatri catanesi

Cultura | 11 febbraio 2020


Che lo Stato Unitario appena nato abbia fatto strame della Sicilia e del Sud è ormai un fatto storicamente accertato. La guerra civile scatenatasi dopo i plebisciti di annessione durata dieci anni e passata alla storia come “grande brigantaggio” (con decine di migliaia di morti) ne è la prova più clamorosa. Sicché l’irrisolta questione meridionale continuerà a gravare per decenni sulla debole struttura d’uno Stato che ha imposto con la forza dei suoi armati e spietati “piemontesi” e con il terrore delle leggi eccezionali (legge Pica), con una legislazione iniqua e con gravami d’ogni specie la sua presenza, provocando indignazione e sgomento e soprattutto un senso di rivolta latente, poi riversatosi ancora nel secondo dopoguerra nella forma più aberrante e pericolosa del separatismo. Purtroppo che ancora quel vento, come sbagliatissima e “romantica” reazione alle nequizie dello Stato continui a bruciare sotto la cenere lo dimostra Antudo (il grido pare dei congiurati siciliani della rivolta del Vespro del 1282 e poi dei separatisti dell’esecrando Movimento Indipendentista Siciliano e del sedicente Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, EVIS) surreale piece teatrale (portata in scena al Teatro del Canovaccio di Catania), scritta da Eliana Silvia Esposito che, a quanto pare, in barba alla Costituzione della Repubblica Italiana una ed indivisibile, sub specie metafora continua a trastullarsi su lontani sogni d’indipendenza isolana. Ora passare dal cattivo uso dello Statuto Autonomo all’incitamento all’indipendenza sognando una terra libera da tutti gli incancreniti mali isolani (mafia, disoccupazione, corruzione, miseria, ceto politico nichilista ed autoreferenziale, disastro economico ed ecologico) puntando su non si sa quale miracolistica panacea (al “coraggio”, alla “fierezza”, all’ “unione” del popolo siciliano, tutte belle parolone svuotate di significato) è errore (utopia?) enormemente più grande di qualsiasi altra “soluzione”, che non può non trovare accoglimento nel quadro delle istituzioni democratiche nate a seguito della caduta del fascismo. Il volenteroso trio degli attori (Giuseppe Aiello, Raffaella Esposito e Paolo Totti), con la regia della stessa Esposito, ha messo in scena un’opera che viaggia sul crinale d’un incitamento a forme anacronistiche di “ribellismo democratico” (si adombra la creazione d’un partito “indipendentista”) che molto somiglia a quello sciagurato movimento separatista che lasciò sul terreno una lunga scia di sangue.

Lo spettacolo parte già con una contraddizione. Può un uomo di mezza età afflitto da drammatico calo di desiderio ritrovare la sua potenza sessuale davanti ad un pubblico pagante? Ovviamente una provocazione, una scintilla iniziale per mettere in scena The Prudes, scritto da Antony Nelson, cognome e non aggettivo (che tradotto nella lingua inglese sarebbe “moralista” o “puritano”), quello che la coppia in crisi sessuale immediatamente aborre. Ma, ahimè, come si sa quando un rapporto non funziona nella posizione supina tutto si appanna ed ecco allora emergere tutte le striscianti ostilità prima nascoste con arte sotto il tappeto. Ma più che un gioco al massacro è uno scontro in punta di fioretto, a tratti quasi gradevole, così mantenuto da una regia leggera, in punta di penna, dello stesso attore-regista Gianluigi Focacci che con la sua “insoddisfatta” compagna Carlotta Proietti, intrattiene piacevolmente il pubblico fino all’inevitabile riconciliazione finale.


Vernacolo. Stretto vernacolo catanese. In scena due emarginati di un quartiere degradato. Al “Centro Zo” di Catania Lupo scritto da Carmelo Vassallo, appassionatamente diretto da Guglielmo Ferro (terzo appuntamento in cartellone di Teatro Mobile) denuda impietosamente la città etnea, attraverso una ridda di rapporti umani tra un quindicenne in cerca disperata d’una “protezione affettiva” e il vagabondo e brutale Lupo. La storia di Cocimu - di Carmelo Vassallo prematuramente scomparso tra i più apprezzati drammaturghi catanesi del novecento per la cruda poetica dei suoi testi, raccontata in flashback dallo stesso protagonista in sottoveste e ormai adulto - prende forma e si configura come favola nera metropolitana, che affronta senza veli il tema dell’omosessualità, con un macabro finale nel quale Cocimu si libererà dell’ingombrante presenza di Lupo con una terribilmente salvifica soluzione estrema. Duro testo anticonformista, di un artista scomodo e caustico, ottimamente recitato dal tandem Mario Opinato e Giovanni Arezzo, diretti con mano sicura da Guglielmo Ferro.







 di Franco La Magna

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