Non si salva l'Italia se non riparte dal Mezzogiorno

Politica | 11 settembre 2019

Egregio ministro, carissimo Peppino,

innanzitutto complimenti ed auguri. In un paese in cui la politica è stata continuamente svalutata, fino ad esser considerata mero strumento di ascesa personale che non richiede competenza e passione, fino a far coincidere il politico col corrotto, è bello che un giovane uomo che alla politica ha dedicato per intero il suo impegno divenga ministro di un dicastero in cui potrà tradurre in attività di governo, cioè in “fare”, le idee e le proposte che ha elaborato negli anni in cui ha scelto di considerare il mezzogiorno il suo “mestiere”. 

Un mestiere difficile, quando non frustrante, perché a lungo il Sud è scomparso dall'agenda politica del paese oppure- peggio-è stato solo oggetto di chiacchiere ed interventi demagogici. Già questa è una novità: aver affidato il compito di occuparsi della parte più difficile dell'Italia una persona scelta non in base ad equilibri di potere ma perché esperto della questione meridionale. Uso la definizione classica “questione meridionale” perché sono convinto che in questa fase della storia italiana la grande aggregazione geografica nella quale vivono oltre 20 milioni di donne ed uomini, che ha un PIL pro capite inferiore del 45% rispetto a quello del Centro Nord ed altrettanto distante dalla media europea (18.900 euro di PIL pro capite medio contro 30.000), dal quale, secondo i dati prodotti dalla “tua” Svimez sono emigrati 132.187 giovani nel solo 2017 (e due milioni nel quindicennio precedente), rappresenta davvero- senza enfasi alcuna- la scommessa da giocare per evitare che continui il ventennale declino economico e sociale dell'Italia intera.

 I problemi li conosci meglio di me sarebbe superfluo e presuntuoso proporti soluzioni. E' un ragionamento, invece, quello che desidero esporre sul clima sociale e politico che il Sud ha vissuto in questi anni in cui è fallita anche la possibilità di agganciarsi alla breve e debole ripresa del biennio 2015-16. Se dovessi individuare i principali sentimenti collettivi di cui è stata impastata la società meridionale, non avrei dubbi: scontento per lo stato di cose esistente, sfiducia nella capacità della politica di individuare le soluzioni, distanza siderale dalle istituzioni locali e regionali ormai considerate non strumenti di governo per risolvere i problemi delle persone e delle comunità, ma luoghi abitati da un ceto politico autoreferenziale, sostanzialmente identico nei comportamenti quale che sia il colore della casacca, incapace, per l'assenza di partiti radicati nel territorio, di costruire sistemi di relazione diversi da quelli del clientelismo, pur se in versione 2.0.

 Sostengo, insomma, che la più grave delle crisi del Sud è la caduta di fiducia nella democrazia e nelle istituzioni che la rappresentano. Hanno prevalso il trasformismo del ceto politico, sempre bravo a fiutare la direzione del vento ed a collocarsi col probabile vincitore e- sul versante della gente comune- la convinzione che il massimo fattibile era risolvere i propri problemi personali. Esemplare è il caso del reddito di cittadinanza: non c'è dubbio che sia necessaria una norma che consenta di non lasciare soli gli ultimi e che garantisca un reddito “di ultima istanza” a fronte di situazioni di riconosciuto disagio economico, sociale e relazionale e di condizioni di disoccupazione di lunga durata conseguenza anche della fase di tumultuosa trasformazione tecnologica che tutto il pianeta sta attraversando. E' altrettanto chiaro però che sommare confusamente, come succede con la norma in vigore, assistenza e politiche attive dal lavoro crea una situazione patologica che conduce allo spreco di risorse. A mio avviso, è uno dei problemi che il nuovo governo dovrà affrontare. Evito l'elenco delle cose da fare: lo conosci assai meglio di me; e comunque il nodo riguarda le cose che sarà possibile fare nelle condizioni concrete. 

Penso invece che la vera scommessa sia lanciare una grande battaglia politica ed ideale che assuma al centro la consapevolezza che non si salva il paese se non riparte il Mezzogiorno. E' la battaglia decisiva per la salvaguardia ed il rilancio della democrazia in Italia, una democrazia tutt'altro che esausta ma che deve fare i conti con tensioni assolutamente nuove, tra un confuso populismo ed una destra che tende sempre più ad assumere connotati eversivi. In questa battaglia il Sud, dove è ancora presente una pesante ipoteca delle mafie, non può presentarsi con la testa rivolta al passato, tanto meno con le eterne mediazioni tra le corporazioni e i potentati politico-economici. Bisogna avere il coraggio di rompere gli schemi tradizionali ed affrontare di petto la più grande e difficile delle questioni sul tappeto: la presenza di due generazioni di giovani donne ed uomini sostanzialmente esclusi dal mercato del lavoro e che hanno davanti a sé il bivio tra un'esistenza precaria e la valigie della nuova emigrazione di massa. Fondamentale è il rinnovamento delle istituzioni, a partire dagli enti locali e dalle regioni: alla secessione di ricchi non possiamo contrapporre il ritorno ad uno statalismo che cozzerebbe con la necessità di impegnare una lotta decisa per la riforma delle istituzioni europee, che restano anche per il Sud italiano la carta vincente. 

Ho letto con attenzione ed interesse il tuo ultimo libro: la sinistra ha bisogno di ritrovare il suo popolo, è vero; ma ha soprattutto bisogno di una lingua nuova perché quella antica a quel popolo – e soprattutto ai più giovani- risulta ormai incomprensibile. Serve discontinuità, è vero, ma abbiamo soprattutto bisogno di intelligenze e di capacità realizzative: ad maiora Peppino.

 di Franco Garufi

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