La White Economy e i profitti sociali della sanità

Economia | 1 dicembre 2019

“Con white economy si identifica il settore dei servizi sanitari e di cura rivolti alle persone. La white economy rappresenta tutto ciò che afferisce, in primo luogo, all’offerta di cure mediche ed alla diagnostica oltre all’assistenza professionale, domiciliare o in apposite strutture, di persone disabili, malate, anziane. Ma la white economy è molto altro configurandosi come un cluster produttivo dalle molteplici articolazioni. Nel suo perimetro ricade l’industria farmaceutica; rientra, inoltre, nel cluster produttivo l’industria degli apparecchi biomedicali e per la diagnostica nonché il vasto segmento dell’assistenza personale, delle badanti e dell’accompagnamento”. Così viene etichettata la white economy in “Integrare il welfare, sviluppare la white economy” - Rapporto Unipol e Censis, 9 luglio 2014.

Il Censis ha rilevato che le attività riconducibili alla white economy hanno raggiunto nel nostro paese un valore complessivo di 290 miliardi di euro, pari al 9,4 per cento della produzione complessiva nazionale. Anche considerando la “produttività”, cioè il valore aggiunto generato in rapporto al numero di addetti che vi lavorano, il settore si colloca ai vertici: 60.000 euro per addetto, un valore più alto di quello rilevato in agricoltura, costruzioni, ristorazione e commercio e inferiore solo ad alcuni comparti del manifatturiero e del terziario avanzato.

Secondo il Censis, la filiera economica della cura, dell’assistenza e della previdenza per le persone è “anche un formidabile volano di sviluppo per il Paese”. Genera infatti rilevanti effetti moltiplicatori sul resto dell’economia.

Il Rapporto Unipol-Censis evidenzia il ruolo decisivo che il “welfare” può giocare e come sia da porre al centro delle politiche di sviluppo non solo sociale ma anche economico del nostro paese.


Macrotendenze


Ci sarà sempre più bisogno di white economy. Una necessità destinata a crescere alla luce di tre macrotendenze mondiali: 1) la demografia, con l’invecchiamento della popolazione; 2) la tecnologia, che diventa digitalizzazione, automazione e progressivo sviluppo dell’intelligenza artificiale; 3) la globalizzazione, che è anche redistribuzione nel mondo, emersione di nuove esigenze e riequilibrio di vecchi bisogni, riduzione delle distanze.

A queste tre macrotendenze bisogna aggiungere, per quanto riguarda la nostra vecchia Europa, lo schiacciamento del ceto medio. L’Europa conta appena il 6 per cento della popolazione mondiale ma produce il 20 per cento del Pil mondiale e spende il 40 per cento del welfare mondiale. Spesa prevalentemente in deficit. Tant’è vero che i titoli di Stato vengono emessi più che altro per finanziare questo tipo di disavanzo.

Sin qui le tendenze a livello europeo. Proviamo ora a focalizzare la situazione in Italia. Si inquadra perfettamente nel contesto continentale e per certi versi lo accentua. E’ noto a tutti il trend dell’invecchiamento nel Belpaese. La popolazione italiana è destinata a invecchiare soprattutto a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita e della denatalità. Secondo l’Istat la popolazione di 65 anni e più nel 2035 raggiungerà i 17,8 milioni e nel 2065 raggiungerà il 32,6 per cento rispetto al 21,7 per cento del 2015. L’indice di vecchiaia della popolazione - cioè il rapporto tra la popolazione anziana (65 anni e oltre) e la popolazione più giovane (0-14 anni) - tra il 2015 e il 2065 aumenterà da 157 a 257,9.

Altro dato importante è l’indice di dipendenza, un indicatore sociale che riguarda il lavoro. Evidenzia che sta crescendo il rapporto tra la popolazione con un’età superiore ai 65 anni e quella in età lavorativa tra i 15-64 anni. Il trend dell’invecchiamento cresce dell’1 per cento l’anno per gli over 65 e dello 0,3 per cento l’anno per quelli della fascia lavorativa.

Riuscirà l’Europa, a cominciare dall’Italia, con il 6 per cento della popolazione mondiale – peraltro invecchiata - e il 20 per cento del Pil (ammesso che riesca a mantenerlo) a garantire una spesa per il welfare del 40 per cento? Ecco una delle problematiche più spinose che consegniamo alle future generazioni


Più manifattura ed esportazione ma anche più white economy


Dati e tendenze ci dicono che ci sarà bisogno di medici, di operatori socio-sanitari, di ricercatori in campo biomedico, di produzione di farmaci. In una parola di white economy, l’economia del camice bianco. In una società in cui si vive sempre più a lungo, con un bisogno sempre più sentito di benessere, crescono le attività orientate a soddisfare queste esigenze a livello individuale e di popolazione. I servizi alla persona in termini di salute, cura, assistenza, previdenza, qualità della vita sono considerati direttrici del nostro interesse economico.

L’Italia è in Europa dopo la Germania (ma il “modello tedesco” sta andando un po’ in crisi in questi ultimi anni) il paese più orientato all’industria manifatturiera e all’esportazione. Si dovrà convertire di più alla tecnologia e ai servizi? Si dovrà sempre più orientare verso la white economy? Può darsi, è molto probabile. Può darsi che sempre più si dovranno percorrere – in modo tuttavia collegato per non generare rette parallele che non si incontrano mai – queste due strade di sviluppo: a) industria manifatturiera, artigianato, ricerca ed esportazione – modello, sia chiaro, irrinunciabile: comunque orgoglio italiano, comunque stile italiano, comunque alto di gamma – e salvaguardia/promozione dei nostri beni culturali, principale ricchezza, principale “petrolio” del nostro paese assieme alla filiera agricola ed agroindustriale più b) tecnologia e servizi ovvero, in buona sostanza per quanto non esaustivamente, white economy. Se al turismo, settore sul quale diciamo sempre di puntare, non aggiungiamo la cultura e le infrastrutture, rischiamo di fare poco e niente in termini di sviluppo. In un mondo che si sta sempre più orientando alla tecnologia e ai servizi dobbiamo riuscire a rendere produttive le ricchezze del nostro territorio in termini culturali e geografici.


Le attività che compongono il settore e il loro impatto economico e sociale


La declinazione della white economy è amplissima, riguarda non solo la produzione di servizi, l’industria manifatturiera a partire da quella farmaceutica ma anche il commercio, la distribuzione e i campi che interessano la cura della persona malata, disabile o in salute, con una gestione che può essere pubblica o privata.

E allora conosciamola più da vicino, nelle sue articolazioni, la white economy. Innanzitutto, nel dettaglio, l’elenco delle attività che compongo il settore: industria farmaceutica; industria dei dispositivi, delle tecnologie biomedicali e diagnostiche; assistenza personale e accompagnamento per i non autosufficienti; produzione e fornitura di beni e servizi tecnologici e di supporto alle strutture sanitarie; prevenzione e benessere; produzione e comunicazione scientifica; ricerca e trasferimento tecnologico; ict (information communication technology) collegata alla società; turismo sanitario e congressuale; indotto patrimoniale dei pilastri della previdenza e dell’industria del wellness. Verifichiamo tutti, nella vita di ogni giorno, dove domanda ed offerta in particolare si incontrano.

I settori di maggiore sviluppo sono quelli delle bio-nanotecnologie farmaceutiche, della medicina personalizzata, dell’assistenza residenziale. E la nutrizione. Perché anche la nutrizione entra di diritto nella white economy? “Per quanto riguarda la nutrizione, altro ambito vitale, c’è da segnalare l’importanza della prevenzione e della promozione del benessere, cioè di tutte quelle attività che nascono per anticipare, proteggere e conservare uno stato di benessere. Siamo anche quello che mangiamo ma mangiamo per quello che culturalmente siamo. Dobbiamo quindi nutrirci di cultura per garantirci profili di aspettativa di vita e benessere migliori” (Alberto Oliveti, presidente della Fondazione Enpam “L’etica tra tecnologia e white economy”. “Stati generali della professione medica”. Sei appuntamenti che vedono coinvolti gli Ordini provinciali dei medici, sia in quest’anno che volge al termine che nel 2020).

Sono molto interessanti anche i numeri statistico-economici che riguardano la white economy. L’indice occupazionale certifica che, in Italia, un sesto della popolazione lavorativa, cioè 3,8 milioni di persone, è occupata nella white economy e di queste un milione nell’indotto. Ogni 100 nuovi lavoratori nei settori della white economy attivano altri 133 lavoratori nel complesso dell’economia italiana. Per quanto riguarda il valore della produzione la white economy è il secondo settore dopo il commercio. Nel valore aggiunto, quindi nella creazione di moltiplicatori di valori nell’investimento, la white economy costituisce il terzo settore dopo la manifattura e quello immobiliare. Tuttavia, mentre manifattura e settore immobiliare “soffrono”, messi a dura prova dalla globalizzazione e dalla crisi, la white economy “tira”: 100 euro spesi o investiti nella filiera della salute producono 158 euro di reddito aggiuntivo nel sistema economico. Stando così le cose, bisogna cercare di essere pratici e logici in questo trend. “La scommessa, dunque, è coniugare l’economia, la finanza e l’etica – sottolinea Oliveti - L’economia intesa come gestione efficiente della scarsezza; una finanza che non persegua il profitto fine a sé stesso ma che punti a una redistribuzione sociale (posto che si può redistribuire solo quello che c’è, quindi prima di parlare di redistribuzione bisogna occuparsi di crescita); l’etica intesa come fare la cosa giusta al momento giusto, scegliendo ciò che è bene e ciò che è male”.


I nostri giovani, la formazione, le prospettive. E più d’una apprensione


In questo contesto economico che vede la white economy come un volano – più correttamente: uno dei volani – del motore economico del paese, l’Italia come si posiziona e si organizza in prospettiva? Come siamo attrezzati in termini di formazione, di crescita delle nostre risorse umane, del loro know how, del loro confronto con le nuove tecnologie? Lo sappiamo: luci ed ombre. Purtroppo più ombre che luci. Siamo i meno laureati d’Europa e soffriamo il disallineamento delle competenze (il cosiddetto “skill missmatch”). In Italia il 27,8 per cento dei giovani tra i 30 e i 34 anni ha preso una laurea mentre in Europa nella stessa fascia d’età la media è del 40,7 per cento. Nella classifica europea siamo inchiodati alle ultime posizioni. Abbiamo pochi laureati nelle cosiddette “discipline stem” (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), circa il 26,5 per cento del totale, mentre i laureati nelle discipline umanistiche ed educative superano il 50 per cento. Ciò avrebbe senso in un paese che avesse puntato sul turismo come settore trainante ma se non creiamo le infrastrutture per arricchire e modernizzare l’offerta turistico-culturale rischiamo di farci poco con queste lauree.

Per agire con concretezza è necessario ripensare l’istruzione in Italia. Secondo i dati dell’Ocse, che hanno riguardato le competenze dei ragazzi di 15 anni in matematica, scienze, comprensione del testo, la situazione è a dir poco critica. Se in matematica otteniamo risultati in linea con la media Ocse, in scienze e comprensione del testo siamo di molto sotto. Anche per quanto riguarda le conoscenze linguistiche restiamo molto indietro, è già tanto se un giovane oggi conosce l’inglese. C’è chi – non solo un signor nessuno come chi firma questo articolo ma anche una scrittrice molto nota ed apprezzata come Susanna Tamaro – sostiene che nelle scuole italiane i programmi non sappiano insegnare l’inglese visto che alla conclusione delle superiori i nostri ragazzi, se va bene, lo parlano poco e male. Esistono in tutte le materie scolastiche anche sostanziali differenze di rendimento tra studenti del sud Italia e del nord Italia, dove i risultati sono migliori.

L’analfabetismo ha un impatto devastante sulla salute. Oggi è un fattore prognostico molto negativo sulla salute, ha quasi lo stesso impatto di essere in condizioni economiche disagiate. Le persone con un livello basso di alfabetizzazione sanitaria, e quella sanitaria consegue a quella generale, fanno spendere più denaro al servizio sanitario perché incapaci di seguire prescrizioni mediche, rispettare consigli, comunicare il proprio stato di salute o quello di un familiare.

In questo contesto non possiamo considerare l’intelligenza artificiale un’antagonista ma dobbiamo avere la capacità di mettercela sulle spalle – meglio ancora: nel nostro modo di operare, di pensare, di interagire - e di passare dal concetto della produttività che ha bisogno dell’intelligenza artificiale per crescere.

Dobbiamo dunque ripensare l’istruzione, la formazione, l’apprendimento permanente e il collegamento tra le competenze specifiche e le competenze trasversali. Se non diamo ai nostri figli ed ai nostri nipoti un’istruzione competitiva corriamo il rischio che in questo mondo in cui la produttività è fondamentale, le professioni intellettuali, scientifiche e liberali non avranno la possibilità di dare il loro contributo per la creazione di valore. Perché se dalla produttività riusciremo a creare valore, il valore potrà darci protezione sociale.


Conclusioni: etica e crescita economica, creazione di valore e protezione sociale

Conclude Oliveti, guardando alla proiezione - anche etica, non solo meramente economica - della white economy: “Dal valore alla protezione sociale: questa è la scommessa etica. La creazione di valore sarà qualcosa che va oltre il lavoro, e per questo dobbiamo renderci autori di un’opera di intermediazione culturale e sociale che oggi forse manca. Quella di responsabilizzare la popolazione per poter affrontare efficacemente l’economia in cambiamento. L’intermediazione non possiamo lasciarla solo all’evoluzione tecnologica. Dobbiamo quindi pensare all’educazione al welfare della popolazione. Se la buona economia è fare rendere al meglio il poco, se la giusta finanza serve il profitto per averne anche una redistribuzione sociale, l'etica in questo campo si configura come fare la scelta giusta in nome di valori e norme di interesse comunitario. Una corretta declinazione di economia, finanza ed etica nel campo della white economy potrebbe contribuire a favorire crescita economica e coesione sociale, conciliando creazione di valore e sicurezza collettiva”.

 di Pino Scorciapino

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