La Regione degli stipendi, quasi azzerati gli investimenti

29 ottobre 2019
In Sicilia la spesa pubblica pro-capite in conto capitale -cioè per investimenti e trasferimenti di capitale- del settore pubblico allargato, che include oltre alla spesa della pubblica amministrazione, i bilanci delle imprese pubbliche locali, è crollata strutturalmente tra il 2000 e il 2016. Si è passati infatti dalla punta massima di 1.480 euro del 2002 ad appena 833 nel 2017. E' invece addirittura leggermente aumentata la spesa pubblica di parte corrente (redditi da lavoro dipendente, consumi intermedi prestazioni sociali, interessi passivi) passata da poco più di 10.000 ad 11.200 euro. Insomma, spesa pubblica in Sicilia è costituita per il 93.1% da spesa corrente; il compito di provvedere agli investimenti è stato interamente delegato ai fondi strutturali europei ed al fondo sviluppo e coesione (FSC), i quali risultano però entrambi in gran parte sottoutilizzati. Sta tutto in queste cifre, (Cfr. Sistema dei conti pubblici territoriali) il dramma del mancato sviluppo economico e sociale della nostra regione. 

Non è, tuttavia, un fenomeno solo siciliano. Negli anni considerati la quota Mezzogiorno/Italia della ripartizione territoriale della spesa pubblica in conto capitale (PA+SPA) è precipitata dal 48,8% del 2000 al 33,5% del 2017 con una perdita secca di 15,3 punti percentuali; in termini monetari si è scesi da 45,332 miliardi di euro ad appena 36,775. Tutto ciò, nonostante la legge n. 18 del febbraio 2017 avesse stabilito che “la quota di spese in conto capitale ordinaria delle amministrazioni centrali afferente al Sud non potesse essere inferiore al 34%”, quota analoga a quella della popolazione meridionale. Con la legge di bilancio 2018 la “quota 34” era stata estesa anche alla holding ferrovie dello Stato ed all'Anas. La norma sconta ad oggi seri ritardi di attuazione, rilevati anche dalla Svimez nell'audizione davanti alle commissioni riunite bilancio di Camera e Senato dell'aprile 2019: Infatti la clausola è stata applicata ad un numero limitato di programmi e risultano assenti settori essenziali per il riequilibrio della spesa in conto capitale come ambiente, scuola, ricerca. Tra i motivi del mancato funzionamento, non ultimo appare la mancanza di cogenza della norma che non prevede sanzioni efficaci.

 Il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha recentemente confermato che la clausola del 34% è stata ampiamente disattesa e che al Mezzogiorno è stato destinato appena il 27,8% del PIL. Se la spesa pubblica ordinaria per il Sud è ampiamente deficitaria, non va meglio la partita del FSC che rappresenta lo strumento principale attraverso cui dovrebbero essere attuate le politiche di coesione economica, sociale e territoriale. Dei circa 54 miliardi di euro della programmazione 2014-2020 in dotazione del fondo ne risultano assegnati alla fine del 2018 24, 851. Col FSC sono stati finanziati nell'ormai lontano 2016 i cosidetti Patti per il Sud che hanno portato nell'isola risorse per 3,316 miliardi tra il patto regionale e quelli delle aree metropolitane di Palermo, Catania e Messina. 

Al giugno 2019 il patto per la Sicilia ha risorse programmate per 2.320 milioni , impegni di spesa per 91,57 milioni ed uno stato di avanzamento del 10,50%: risultati scadenti che si sommano al rischio di disimpegno dei fondi strutturali europei più volte denunciati. La Sicilia, insomma, non sa spendere né le risorse europee né quelle nazionali per lo sviluppo e la coesione. E' bene aver chiaro quest'elemento nel momento in cui si apprende che il direttore generale delle politiche regionali della Commissione Europea, Marc Lemaitre, ha scritto al rappresentante permanente italiano a Bruxelles, ambasciatore Maurizio Massari, sottolineando che gli investimenti pubblici con risorse nazionali effettuati nel Mezzogiorno sono di circa il 20% inferiori agli impegni che l'Italia ha assunto nell'Accordo di partenariato, il documento previsto dal Regolamento UE 1303/2013 che fissò le regole del ciclo di programmazione. Che significa questa presa di posizione dei vertici burocratici della Commissione? Indica che la spesa dei fondi strutturali e di investimento europei non è stata aggiuntiva a quella nazionale per lo sviluppo, ma la ha quasi del tutto sostituita. Insomma, per far fronte alle necessita di riequilibrio dei conti pubblici italiani, le risorse che avrebbero dovuto essere destinate al Mezzogiorno sono finite altrove e gli investimenti nelle aree a ritardo di sviluppo si sono limitati a quelli europei, che – tra l'altro- molte regioni meridionali riescono ad utilizzare poco e male. Si così è determinato un circolo vizioso: la lunga crisi ha comportato il taglio dei pochi investimenti privati nelle aree meridionali, la spesa pubblica in conto capitale è drasticamente calata, i fondi europei non si sono spesi. 

Una stretta che ha soffocato in particolare le regioni con maggiori di difficoltà di bilancio, come la Sicilia, il cui sviluppo si è sostanzialmente paralizzato con drammatiche conseguenze per l'occupazione, specialmente giovanile. Una situazione dalla quale bisogna rapidamente venir fuori: molto ci aspettiamo dal piano per il Sud annunciato dal ministro Provenzano Tuttavia è necessario che il ceto politico del Sud la finisca con i lamenti e il rivendicazionismo plebeo ed assuma le proprie responsabilità. Cosa che il governo Musumeci non riesce a fare, immerso com'è in una troppo lunga paralisi ed in una confusissima vicenda sul bilancio della Regione che non ha precedenti nella pur travagliata storia dell'autonomia speciale. 

Franco Garufi



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