Il destino karmico di Fabrizio Pallotti, traduttore ufficiale del Dalai Lama

Cultura | 30 dicembre 2020
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Questa è la storia di un destino karmico. Un cammino che muove da Bologna, alla fine degli anni Settanta. Protagonista un giovane studente. Frequenta un liceo nei pressi di Porta Maggiore. Come tutti i suoi coetanei, si pone ineffabili quesiti esistenziali. In ogni grande storia incombe il destino. Questa volta, si cela tra le pagine di “Re Nudo”, una rivista underground. Un articolo attira la sua attenzione, è firmato da Piero Verri. In fondo alla pagina, un riferimento a un corso dedicato al buddhismo. Inizia così un viaggio di quaranta anni, lungo migliaia di chilometri. Dall’Emilia all’India. Dal Sud-Est asiatico agli Stati Uniti. Fino al recente ritorno in Toscana. Questa storia è il cammino spirituale di Fabrizio Pallotti, traduttore ufficiale di Sua Santità il Dalai Lama.

Pallotti studia e pratica il Buddhismo dal 1979. Anno nel corso del quale intraprende lo studio del tibetano, sotto la guida di Luca Coroni. Ha ricevuto due ordinazioni. La prima nel 1981, come monaco novizio da Lama GesheChampaGyatso. La seconda nel 1982, a Dharamsala, direttamente da Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso. Sotto la guida di Lama Yeshe ha svolto le funzioni di SPC durante il primo programma di studi avanzati di Buddhismo diretto da GesheChampaGyatzo all’Istituto Lama TzongKhapa. Dal 1987 al 1993 ha vissuto in India, dove ha studiato il Tibetano sotto la guida di grandi maestri della prima generazione: Lama ZopaRinpoche, Song Rinpoche, Kirti TsenshabRinpoche, RiburRinpoche, DenmaLochoRinpoche. Ha ricevuto insegnamenti e commentari di Sutra e Tantra, portando a termine molti ritiri di pratiche appartenenti alle quattro tradizioni tibetane. Dopo quattordici anni di vita monastica, ha deciso di dedicarsi alla traduzione degli insegnamenti orali dei Lama nei vari centri FPMT (Fondazione per la Preservazione della tradizione Mahayana). Ha operato nel Sud-Est Asiatico, in Europa e in America. Dal 1998 per otto anni, ha vissuto stabilmente, servendo da traduttore e da segretario, con KyabjeRiburRinpoche, uno dei grandi Lama del Tibet, fino alla sua scomparsa. Ha ricevuto molti lignaggi di insegnamenti, trasmissioni orali e istruzioni che Rinpoche aveva avuto dai grandi Lama del passato. Su richiesta di Lama ZopaRinpoche, ha lasciato gli Stati Uniti per tornare all’Istituto Lama TzongKhapa come traduttore dal tibetano all’inglese del Master Program. Funzione che ha svolto fino alla fine del 2016. 

Da molti anni è il traduttore ufficiale italiano di Sua Santità il Dalai Lama. Si occupa del programma di traduzione e pubblicazione dei testi di scienza, filosofia e pratica buddhista e degli insegnamenti del Dalai Lama. Insegna “Teoria e pratica dell’educazione del pensiero e igiene emotiva”. L’ultima traduzione di Pallotti in ordine di tempo, è la nuova pubblicazione dell’editore Ubaldini. Il primo di quattro volumi. La creazione di quest’opera ambiziosa, ideata dal Dalai Lama e redatta sotto la sua supervisione. Il primo volume presenta il mondo fisico. Il secondo le scienze della mente. Terzo e quarto volume, sono invece dedicati alla dimensione filosofica dell’eredità buddhista.

«A ricordarlo adesso, questo lungo cammino è stato tutto un turbinio di emozioni, grandi personalità, scoperte di profondità spirituale incommensurabili, saggezze sconfinate – Ricorda Fabrizio Pallotti – Nel 1987, il mio maestro mi invitò a partire per studiare il Tibetano. Giunsi in Nepal. Nessuno parlava inglese. Non c’erano alberghi. Non c’era nulla».

La lunga permanenza indiana di Pallotti, si intreccia con un altrettanto lungo soggiorno in America. Nel 1988 nasce la collaborazione con l’attore Richard Gere, da sempre impegnato in difesa della cultura buddista. Un’amicizia mai interrotta che ha visto i due collaborare alla nascita della “Gere Foundation”. Organizzazione che ha operato profonde campagne di sensibilizzazione in India. Tanto lavoro svolto in favore dei profughi. L’avvio della prima campagna contro l’Aids. I primi interventi in difesa dell’ambiente. Collaborazione che continua ancora nel campo della beneficenza e della difesa della cultura buddhista. Nel 2009 il suo ritorno in Italia. Tra i ricordi italiani affiora quello dell’ultimo soggiorno del Dalai Lama in Sicilia.

«Il mio soggiorno in Sicilia con il Dalai Lama è stato uno dei momenti più elevati della mia vita – dichiara lo studioso - Il tour siciliano durò sei giorni. Dopo Taormina ci recammo prima a Messina e infine a Palermo. A Taormina soggiornavamo in un luogo incantevole, l’Hotel Timeo. Una vista mozzafiato, sospesi tra il mare e l’Etna alle spalle. Uno spettacolo indescrivibile. Ma le emozioni più potenti sono quelle legate alle lunghe conversazioni intrecciate in privato con Sua Santità. Nelle pause del pranzo ci siamo avventurati in sconfinamenti intellettuali incommensurabili. La sua è una saggezza sedimentata, priva di esperienze distruttive. Mi parlò della “Prima propagazione del buddismo” in Tibet, un’epopea straordinaria. Fino a giungere alla “Seconda propagazione” di Atisha. Vi furono momenti di intima confessione. Confessai tutta la mia ammirazione per il suo rivoluzionario di concetto di Buddhismo. Quello basato sulla ragione, non sulla fede cieca. Svelai che era una convinzione che avevo tenuto a lungo per me. E lui, sorridendo, sottolineò divertito: “Avevi paura di essere accusato di eresia? Bravo. Continua così”. Questo approccio razionale al buddhismo sarà, nel prossimo futuro, un avvenimento straordinario per tutto l’Occidente. La mattina dopo ci preparammo per la conferenza che si doveva tenere al teatro antico di Taormina. Ricordo un particolare insolito. Nel corridoio incrociammo il musicista Franco Battiato. Il cantautore, vantava una lunga frequentazione con tutti noi. Mi colpì la sua espressione. Non era quella solita. Sembrava stranito, quasi assente. Poi, dopo quella volta, non ho avuto più modo di vederlo o sentirlo. Dopo Messina, giungemmo a Palermo. Città che ci aveva già ospitati nel 1996. Il Dalai Lama e Richard Gere inaugurarono una mia mostra fotografica. Era dedicata al Tibet e ospitata all’interno della chiesa dello Spasimo, un luogo magico. Nello stesso anno fu conferita la cittadinanza onoraria al Dalai Lama il quale tenne un convegno sui diritti umani. Nel corso della seconda visita, quella del 2017, ricordo una straordinaria conferenza stampa di Sua Santità. Tutta incentrata sul problema dei migranti e dell’accoglienza. Espresse concetti elevatissimi. Come al solito, affrontava il problema non nell’immediatezza. Avanzò una proposta che vedeva lontano. Affermò che era doveroso accoglierli e curarli. Ma che era altrettanto doveroso istruirli, insegnare loro un mestiere. Scrutava lontano. Pensava al loro ritorno in patria e al contributo di ricostruzione. Come al solito, non fu frainteso, perché non potevano capire la potenza del messaggio. Fu strumentalizzato, banalizzato dalla politica piccina, quella soverchiata dall’ego totalizzante. Giunsero critiche illogiche. Sono ancora amareggiato per quanto accadde quella volta. Ma a ferirmi, poco tempo dopo, fu il gesto sconsiderato del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Dopo pochi mesi dalla visita del Dalai Lama, il primo cittadino palermitano decise di ospitare a Palermo  l’imperatore del Male, Xi Jinping. Ancora oggi mi chiedo come è stato possibile un simile gesto scriteriato. Scrissi note infuocate indirizzate a Orlando. Ma in tutti questi anni, non ho mai ricevuto nessuna risposta. Quella fu una scelta scandalosa. Scandalosa».

Prima di congedarci gli chiedo del possibile ritorno in Tibet del Dalai Lama.

«Si, ho questa consapevolezza. Il Dalai Lama tornerà a Lhasa nel prossimo decennio. Non ho alcuna giustificazione scientifica a supporto di questa affermazione. Ma è quello che ha affermato Sua Santità, che ha anche espresso il desiderio di visitare anche la Cina, recarsi in pellegrinaggio presso la Montagna dei cinque picchi. Dove ricordiamo, vivono quattrocento milioni di buddisti. In passato, i grandi maestri del buddhismo venivano scelti dagli imperatori cinesi per assicurare la formazione e l’istruzione dei loro eredi. Un rapporto che si è interrotto da tempo. Un tempo che passerà presto».

 di Concetto Prestifilippo

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