Blasfemia e genialità, il filo che unisce le ribalte catanesi

Cultura | 11 novembre 2019

Blasfemia o genialità? Evidentemente accettando il “prosieguo” del celeberrimo monologo pirandelliano, scritto e interpretato da Vincenzo Pirrotta, la direzione artistica del Teatro Stabile di Catania ha optato per la seconda possibilità, assumendosene in pieno la responsabilità. Il tragico soliloquio L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello (scritto nel lontano 1923 e tratto dalla novella “La morte addosso”), adesso ha anche un “sequel”, come si dice mutuando il termine inglese dal linguaggio cinematografico. Titolo dell’ “epilogo in sette movimenti”, così ama definirlo l’autore-regista, Nella mia carne (ma anche in quella degli spettatori). Dopo l’intensa e sofferta interpretazione della “prima parte”, “arricchita” da strani movimenti scenici, divenuti ormai stucchevoli fetish d’ogni qualsivoglia rappresentazione - recitazione con arrampicate su una sedia, corsa al galoppo dell’ascoltatore incontrato alla stazione (Giuseppe Sangiorgi) che poi stremato stramazza al suolo, un “egizio” che sempre più stringerà il condannato in una gabbia mortifera - l’immaginifico Pirrotta si spinge ad aggiungere all’atto unico pirandelliano, in se perfettamente compiuto, una lenta, settimanale, morte nella morte. Un ferale prosieguo dove il protagonista, ancora in vita, si sforza di raccontare con un linguaggio scheggiato (al limite del delirio) momenti dei suoi ultimi sette giorni. Sette perché il ciuffetto d’erba raccolto dall’impietrito ascoltatore incontrato alla stazione, che l’indomani giunto a destinazione strappa (come richiesto) il cespuglietto il cui numero dei fili indicherà quanti giorni ancora restano da vivere al morituro, erano soltanto sette. Discutibile operazione “integrativa” d’un breve e perfettamente compiuto testo del premio Nobel agrigentino, segnata da un radicale salto linguistico, inutile e penosa dilatazione dell’agonia (non a caso accuratamente evitata da Pirandello) che fa pensare ad un raffinato espediente per consentire alla rappresentazione di raggiungere una sufficiente durata.

Il male, nella sua cruda rappresentazione. Una placida confessione, efferata, senza pentimenti, vomitata da un criminale, che lascia allibiti per l’agghiacciante freddezza con cui viene “candidamente” esposta. In scena al “Piccolo Teatro” di Catania, in rituale soliloquio - tipologia teatrale che sembra ormai invadere i palcoscenici per la semplicità e, soprattutto, per il costo ridotto con cui viene messa in scena - (un solo attore o attrice, una scenografia pressoché inesistente…) Ninni Bruschetta, deciso interprete dell’ultimo lavoro dell’eclettico Claudio Fava, drammaturgo, sceneggiatore, deputato regionale, Presidente della Commissione antimafia all’ARS. Con Il mio nome è Caino, Fava torna alle sue tematiche fetish (“I cento passi” cinematografici è stato il suo più eclatante successo) continuando a narrare le spaventose nequizie della mafia attraverso il denudamento dell’animo d’un killer assiso di fronte ad ipotetici interlocutori, che si spinge a rivelare - senza un’ombra di pentimento - perfino l’uccisione dell’amico del cuore. Quasi una sorta di consustanziale malvagità, che sperare di emendare è soltanto impossibile speranza. Forse un monito a diffidare dei corrivi pentimenti di questa mala genìa. A reggere lo spettacolo le note della pianista Cettina Donato. Regia di Laura Giacobbe. 

 Monologo anche al “Must-Musco Teatro”, sempre di Catania, che ha ospitato uno degli spettacoli del nuovo cartellone di “Palco Off”, Le mille bolle blu, testo scritto da Salvatore Rizzo e interpretato da Filippo Luna, già premiato nel 2010 dall’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro  “per aver realizzato una perfetta sintesi scenico-attoriale di emozione e disincanto”. Straziante, intensa, storia “clandestina” trentennale, d’un amore omosessuale, ambientata nella Palermo degli anni Sessanta, accompagnata da alcune hit musicali del decennio del boom economico e della contestazione. Un rapporto taciuto, camuffato dai due uomini da una vita “altra”, vissuta da entrambi perfino con le ignare mogli, perfetta copertura d’una relazione sempre dissimulata. Protagonisti Nardino e Manuele, barbiere di borgata il primo, avvocato il secondo. Si conoscono ancora giovani all’inizio degli anni Sessanta, quando in radio Mina conquista gli ascoltatori italiani con “Le mille bolle blu”, il brano musicale che da il titolo alla dolorosa rievocazione di Nardino a seguito della morte di Manuele. Prismatica interpretazione di Luna, particolarmente avvincente nelle continue variazioni vocali ed umorali compiute ripercorrendo le lunghe tappe del rapporto “proibito”, aggiungendo alla recitazione quel surplus di pathos che dona alla storia un’inaspettata e sussultante vitalità mista ad una sconfinata tristezza.

 di Franco La Magna

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